lunedì, 19 ottobre 2009
http://www.ilgiornale.it/interni/ora_e_diventato_ufficiale_le_femmine_meglio_maschi/31-07-2009/articolo-id=370796-page=0-comments=1

Commentiamo insieme questo articolo di qualche mese fa.
Tralasciando per un attimo la tiritera di base "uomo = cacca, donna = figosa", si evince (o si dovrebbe evincere) una certa pretestuosità sia nello studio trattato che nell'articolo.
Le forme di socializzazione, l'intelligenza emotiva sono sempre state caratteristiche più femminili che maschili e ciò dovrebbe indurre seriamente a riflettere su quanto la nostra società sia spostata su competenze del tutto estranee agli uomini.
La capacità relazionale, la socializzazione ad ogni costo, la funzionalità, l'intelligenza emotiva (oddio....) sono elementi di sicuro vantaggio per un sistema industrialista e consumista.

L’economia si sta muovendo verso la ricerca di capacità comunicative e le bambine sembrano essere molto avanti. Se non interveniamo, i bambini rischiano di non trovarsi pronti al mondo del lavoro

L'economia. Il mondo del lavoro. Questo preoccupa ai relatori dello studio. Il sistema.
Nessuno si prende la briga di analizzare in quali altre forme di intelligenza esistano e che magari non rientrano in qualche ragionamento utilitarista.

Sono anni che vengono pubblicati articoli tesi a "consolare" il genere femminile sulla loro superiorità.
"Consolare" perchè sicuramente due sono i tratti più diffusi della donna nell'odierna società: l'infelicità e la bassa autostima.
postato da: LordDrachen alle ore 14:19 | Permalink | commenti
categoria:società
giovedì, 06 novembre 2008
“Non sempre in gioco c’è la sicurezza nazionale, ma in ballo ci possono essere questioni morali. Se avessimo potuto intervenire in modo adeguato nell’Olocausto, chi tra noi avrebbe potuto dire che non avremmo avuto l’obbligo morale di intervenire? Se avessimo potuto fermare il Ruanda, avremmo dovuto considerare fortemente di agire”. Obama ha poi spiegato che “dobbiamo considerare che sia parte dei nostri interessi, dei nostri interessi nazionali, intervenire dove sia possibile, anche se ovviamente non saremo in grado di farlo ovunque e in tutte le occasioni, ecco perché per noi è così importante lavorare con gli alleati”. Il senatore democratico ha poi praticamente criticato Bush per non essere stato abbastanza radicale nell’applicare i principi della “lotta contro il male” anche al Pakistan: “Dobbiamo cambiare la nostra politica: non possiamo coccolare un dittatore, dargli miliardi di dollari e poi quello fa trattati di pace con i talebani e gli estremisti. Incoraggeremo la democrazia in Pakistan, aumentando i nostri aiuti non militari in modo che loro abbiano più interesse a lavorare con noi, ma insistendo sul fatto che devono andare a caccia di questi estremisti”. E infine, Obama ha ben chiarito che se individuerà il nascondiglio di Bin Laden e se il governo pachistano non sarà in grado o non vorrà prenderlo, non rispetterà la sovranità nazionale pakistana e non aspetterà autorizzazioni internazionali, ma deciderà per un intervento militare americano: “Se non lo fanno loro, dobbiamo farlo noi”.

OBAMA (tratto da La Voce del Ribelle)

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categoria:geopolitica
martedì, 14 ottobre 2008
Costituzione, la legge Carfagna vuole colpire solo i più deboli     
     
Uscito su "Il gazzettino" il 11/10/2008     10/10/2008 Massimo Fini
Argomenti trattati: Politica Diritto
Zone interessate: Italia

Il progetto di legge del ministro Carfagna che intende punire con l'arresto la prostituzione da strada, sia per chi la pratica che per chi ne usufruisce, in nome dell'ordine pubblico, del decoro, della decenza, del rispetto della "dignità della donna" e della protezione dei bambini da spettacoli poco edificanti, è ipocrita e iniquo da qualsiasi punto di vista lo si guardi e lo si consideri.
Ma quale decoro, quale decenza, quale "dignità della donna", quali bambini (alle strette si riscoprono, improvvisamente, anche i bambini) quando le nostre pubblicità e le nostre tv sono piene zeppe di donne che vendono il loro corpo sia pur in senso voyeuristico (ma questo può accadere anche nel rapporto mercenario vero e proprio se il cliente si limita a guardare) e non sono, per questo, considerate delle prostitute, ma anzi ammirate?

In realtà il progetto Carfagna va a colpire l'anello debole della prostituzione, quella degli sfigati, donne e uomini che siano, ma si guarda bene dal toccare quella di lusso, delle escort e dei loro facoltosi e famosi clienti, né, tantomeno, quella più subdola ma ben più ripugnante di chi prostituisce una ragazza in cambio di un ruolo, una parte, una particina in una fiction (che è, forse, l'unica, vera ipotesi di reato perché in questo caso si ledono i diritti di terzi - ragazze più meritevoli ma meno disinvolte - o, quando c'è di mezzo un ente di Stato, come la Rai, si spendono denari pubblici per fini squisitamente privati). Inoltre il progetto Carfagna , che nel clima di imperante femminismo sembra considerare la prostituta sempre e solo una vittima e voler criminalizzare soprattutto i clienti, i veri maiali della situazione, non tiene conto che vi sono persone, anziani, handicappati, impediti di vario tipo, che non hanno alternative per dare uno sfogo alla propria sessualità e che un po' di attività sessuale fa bene alla loro salute, fisica e psichica.

Naturalmente è fuori discussione che vanno perseguiti, come reati, il racket e la prostituzione minorile. Ma il racket può esercitarsi in strada come negli appartamenti, in quanto alla prostituzione minorile è più facile individuare quella da strada, perché si può sempre chiedere a una ragazza o a un ragazzo la carta d'identità, mentre nelle case tutto si svolge al coperto. Ma per questi reati esistono già le leggi e basterebbe applicarle senza che ci sia bisogno del progetto liberticida del ministro Carfagna . In uno Stato liberale infatti ognuno è libero di fare ciò che vuole nella misura in cui non nuoce agli altri e quindi anche di vendere il proprio corpo e la propria dignità a chi, umiliandosi a sua volta, abbia voglia di comprarli. Nello pseudoliberalismo in voga oggi pare invece che esista una sola libertà senza limiti, quella economica (con i bei risultati che stiamo vedendo), mentre tutte le altre sono sottoposte a divieti a sempre più coercitivi che però valgono solo per i poveri e i poveracci che adesso non sono nemmeno più liberi di andare a puttane (che è una cosa che, già da sola, fa venire voglia di rovesciare il tavolo: se ho i soldi mi faccio recapitare una escort in alberto, senza correre alcun rischio e senza infrangere alcuna legge, se non li ho vado in galera).

Invece in un regime talebano, coerentemente con le sue promesse, la prostituzione sarebbe punita ovunque, in strada, in casa, in albergo, in qualsiasi sua forma e per tutti. Se fosse applicato da noi ci sarebbe da divertirsi, perché si vedrebbero molti personaggi illustri, e magari anche alcuni di coloro che oggi vogliono impedire, con cipiglio severo e moralista, la prostituzione da strada, finire in gattabuia. E senza la copertura del "lodo Alfano".
postato da: LordDrachen alle ore 14:08 | Permalink | commenti (2)
categoria:politica, società, massimo fini
giovedì, 25 settembre 2008
Da libero.it

CI PIACE L'UOMO GALANTE


"Con il passare dei tempi e la parità dei sessi la galanteria è divenuta una consuetudine per pochi uomini, mentre la cafonaggine è diventata appannaggio per molti. Cosa s’intende per galanteria?
Galante è quell’uomo che quando ha una relazione seppur di sesso con una donna, ogni tanto la porta a cena fuori, oppure insiste per pagare il conto in birreria. Galante è colui che dopo un pò che lo frequenti ti regala un braccialetto o un ciondolo, che anche se non è di diamanti, per una donna assume un valore affettivo enorme.
Galante è colui che per potersi far chiamare al telefono ti fa una ricarica da 50 euro o acquista un’altra sim e un altro telefono per fare lo You & me con te spendendo 2 euro a settimana per poterti chiamare illimitatamente.
Queste sciocchezze a noi donne fanno ancora molto effetto e sono decisive nella scelta di un partner. Non ci importa della bellezza, non ci importa se uno ha il divano chateau d’ax o d’ikea, ci importa se l’essere che si definisce maschio ha conservato, nonostante il passaggio nell’era cibernetica, le buone maniere verso le donne e la galanteria.
Non vi fa schifo, un uomo che, quando andate al ristorante con lui e passa l’indiano non vi compra quella stupida rosa congelata che si ammoscerà in macchina, che conserverete sul vostro comodino e ogni volta che la guardate il vostro cuore batte a mille?
E quanto ci emoziona infilare al braccio il braccialetto che ci ha regalato lui se non addirittura un anello, anche di acciaio?
E quanto provate disgusto per un essere a cui avete regalato due magliette (non una) di Woolrich per il compleanno e che lui per il vostro non vi regala nulla e vi manda solo uno stupido e banale sms di auguri?
Quanto vi fa schifo un essere che è vestito firmato da testa a piedi e mentre camminate per le vie del centro davanti a un negozio di borsette firmate allunga il passo per la paura che gli chiediate un regalino, magari quella più piccola tipo pochette, in vernice che coi saldi costa 80 euro sulla quale incollate il vostro nasino?
Quanto vi disgusta un essere che in discoteca vi si avvicina e vi chiede se gli fate bere un sorso del vostro Negroni, invece di spendere 15 euro e offrirvene un altro?
Perchè certi uomini, seppur brutti, hanno sempre una donna accanto e altri che si ritengono bellissimi non li caga nessuno? Sarà che lo scrocconaggio se fatto da una donna passa meno in vista ma se a farlo è un uomo, che per giunta lavora, la donna prova schifo per un essere del genere e automaticamente lo lascia. Avarizia materiale è uguale ad avarizia nei sentimenti e fateci caso, chi di solito è avaro di regali lo è anche nei sentimenti.
I cafoni non piacciono a noi donne, tantomeno i tirchi o gli scrocconi.
L’uomo del sud rispetto a quello del nord è rimasto galante, invita a cena fuori a mangiare il pesce, dona fiori, al pub paga lui, al nord invece è più frequente pagare a metà se non addirittura far pagare le donne ( polentoni chiedetevi perchè le vostre donne milanesi o bergamasche si legano a uomini romani, chiedetevi quanto siete avidi e tirchi e avrete la risposta).
I tempi cambiano, le donne lavorano ma le buone maniere rimangono sempre e un uomo galante verrà sempre apprezzato e ritenuto da noi donne un gran signore, colui degno di noi e della nostra compagnia e il tirchio o lo scroccone verrà abbandonato presto al suo triste destino."


L'ipocrisia spinta a livelli di indecenza.
Questo si chiama COMPRARE. ... e detta come va detta, ci sono donne a prezzi più bassi.
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categoria:società
mercoledì, 24 settembre 2008
La creatura ibrida che nasce da questa «società indifferenziata» sembra infatti unire le peggiori caratteristiche dell’uomo e della donna: è aggressiva e vittimista, infantile ed egoista, incapace di grandi slanci e grandi scelte. Se è uomo, l’ibrido è insicuro, piagnone, infantile (guardate i trentenni del film L’ultimo bacio), se è donna è rapace, inquieta, insoddisfatta, perennemente alla ricerca di una impossibile realizzazione. Tutti e due non fanno che rinfacciarsi i propri difetti e il fatto che «lui» spinga il carrello della spesa o cambi i pannolini non migliora affatto le cose. Basta leggere la posta dei settimanali per rendersene conto.
E forse è a questa cancellazione dei due poli opposti, sostituiti da un centro indistinto, che vanno ascritte le tante difficoltà che oggi la coppia incontra: le relazioni tiepide o deludenti, i matrimoni fragilissimi, la scelta prudente della convivenza per evitare proprio di scegliere fino in fondo.

Redazione de Il Giornale (sigh...)
postato da: LordDrachen alle ore 10:44 | Permalink | commenti (1)
categoria:politica, pensiero, società
mercoledì, 24 settembre 2008

Ma che guaio il mondo al femminile
di Alain de Benoist

Dice il pediatra Aldo Naouri: «La società ha adottato integralmente, senza limiti e contro-poteri, valori femminili».
Lo testimoniano il primato dell’economia sulla politica, dei consumi sulla produzione, della discussione sulla decisione; il declino dell’autorità rispetto al «dialogo», ma anche l’ansia di proteggere il bambino (sopravvalutandone la parola); la pubblicità dell’intimità e le confessioni da tv-verità; la moda dell’umanitario e della carità mediatica; l’accento costante su problemi sessuali, riproduttivi e sanitari; l’ossessione di apparire e piacere e della cura di sé (ma anche il ridurre il corteggiamento maschile a manipolazione e molestie); la femminilizzazione di certe professioni (insegnanti, magistrati, psicologi, operatori sociali); l’importanza dei lavori nella comunicazione e nei servizi, la diffusione di forme tondeggianti nell’industria, la sacralizzazione del matrimonio d’amore (un ossimoro); la voga dell’ideologia vittimista; la moltiplicazione dei consulenti familiari; lo sviluppo del mercato delle emozioni e della pietà; la nuova concezione della giustizia che la rende non più mezzo per giudicare equamente, ma per risarcire il dolore delle vittime (onde «elaborino il lutto» e «si rifacciano una vita»); la moda ecologica e delle «medicine alternative»; la generalizzazione dei valori del mercato; la deificazione della coppia e dei suoi problemi; il gusto per la «trasparenza» e per il «mischiarsi», senza dimenticare i telefonini come surrogato del cordone ombelicale; infine la globalizzazione stessa, che tende a instaurare un mondo di flussi e riflussi, senza frontiere né punti di riferimento stabili, un mondo liquido e amniotico (la logica del Mare è anche quella della Madre).
Certo, dopo la dolorosa «cultura rigida» stile anni Trenta, non tutta la femminilizzazione è stata negativa. Ma ormai essa provoca l’eccesso opposto. Oltre a significare perdita di virilità, porta a cancellare simbolicamente il ruolo del Padre e a rendere i ruoli sociali maschili indistinti da quelli femminili. La generalizzazione del salariato e l’evoluzione della società industriale fanno sì che oggi agli uomini manchi il tempo per i figli. A poco a poco, il padre s’è ridotto al ruolo economico e amministrativo. Trasformato in «papà», si muta in semplice sostegno affettivo e sentimentale, fornitore di beni di consumo ed esecutore di volontà materne, mezzo assistente sociale e mezzo attendente che aiuta in cucina, cambia i pannolini e spinge il carrello della spesa.
Ma il padre simboleggia la Legge, referente oggettivo al di sopra delle soggettività familiari. Mentre la madre esprime innanzitutto il mondo di affetti e bisogni, il padre ha il compito di tagliare il legame fra madre e figlio. Figura terza, che sottrae il figlio all’onnipotenza infantile e narcisistica, permettendone l’innesto socio-storico, ponendolo in un mondo e in una durata, assicura «la trasmissione dell’origine, del nome, dell’identità, dell’eredità culturale e del compito da svolgere» (Philippe Forget). Ponte tra sfera familiare privata e sfera pubblica, limite del desiderio davanti alla Legge, si rivela indispensabile per costruire il Sé. Ma oggi i padri tendono a divenire «madri qualsiasi». «Anche loro vogliono essere latori dell’Amore e non solo della Legge» (Eric Zemmour). Senza padre, però, il figlio stenta ad accedere al mondo simbolico. Cercando un benessere immediato che non si misuri con la Legge, trova con naturalezza un modo d’essere nella dipendenza dalla merce.
Altra caratteristica della modernità tardiva è che la funzione maschile e quella femminile sono indistinte. I genitori sono soggetti fluttuanti, smarriti nella confusione dei ruoli e nell’interferenza dei punti di riferimento. I sessi sono complementar-antagonisti: s’attirano combattendosi. L’indifferenziazione sessuale, cercata nella speranza di pacificare i rapporti fra sessi, fa scomparire tali relazioni. Confondendo identità sessuali (ce ne sono due) e orientamenti sessuali (ce ne sono tanti), la rivendicazione d’eguaglianza fra genitori (che toglie al figlio i mezzi per dare un nome ai genitori e che nega importanza alla filiazione nella sua costruzione psichica) significa chiedere allo Stato di legiferare per convalidare i costumi, per legalizzare una pulsione o per garantire istituzionalmente il desiderio. Non è questo il suo ruolo.
Paradossalmente, la privatizzazione della famiglia ha proceduto di pari passo con la sua invasione a opera dell’«apparato terapeutico» di tecnici ed esperti, consiglieri e psicologi. Col pretesto di razionalizzare la vita quotidiana, tale «colonizzazione del vissuto» ha rafforzato la medicalizzazione dell’esistenza, la deresponsabilizzazione dei genitori e le capacità di sorveglianza e controllo disciplinare dello Stato. In una società ritenuta sempre in debito verso gli individui, oscillante fra memoria e compassione, lo Stato-Provvidenza, dedito alla lacrimosa gestione delle miserie sociali tramite chierici sanitari e securitari, s’è mutato in Stato materno e maternalista, igienista, distributore di messaggi di «sostegno» a una società coltivata in serra.
Ma tutto ciò è evidentemente l’esteriorità del fatto sociale, dietro il quale si dissimula la realtà di ineguaglianze salariali e donne picchiate. Radiata dal discorso pubblico, la durezza torna con tanta più forza dietro le quinte e la violenza sociale risalta sotto l’orizzonte dell’impero del Bene. La femminilizzazione delle élite e il posto preso dalla donna nel mondo del lavoro non l’hanno resa più affettuosa, tollerante, attenta all’altro, ma solo più ipocrita. La sfera del lavoro dipendente obbedisce più che mai alle sole leggi del mercato, il cui fine è il continuo lucro. Si sa, il capitalismo ha sempre incoraggiato le donne a lavorare: per ridurre i salari degli uomini.
Ogni società tende a manifestare dinamiche psicologiche che s’osservano anche a livello personale. Alla fine del XIX secolo regnava spesso l’isteria, all’inizio del XX secolo la paranoia. Oggi, nei Paesi occidentali, la patologia più comune sembra essere un narcisismo diffuso, che si traduce nell’infantilizzare chi ne è colpito, in un’esistenza da immaturi, in un’ansia orientata alla depressione. Ogni individuo si crede oggetto e fine di tutto; la ricerca dello stesso prevale sul senso della differenza sessuale; il rapporto col tempo si limita all’immediato. Il narcisismo genera un fantasma d’auto-generazione, in un mondo senza ricordi né promesse, dove passato e futuro sono parimenti appiattiti su un perpetuo presente e dove ognuno si pensa come oggetto di desiderio e pretende di sfuggire alle conseguenze dei suoi atti. Società senza «padri», società senza «ripari»!
Alain de Benoist
(Traduzione
di )

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categoria:politica, pensiero, società
lunedì, 01 settembre 2008
L'allarme sul presunto “espansionismo” russo è pura fuffa propagandistica, è però vero che – se non vogliamo valutare male la forza e l'esperienza militare russa, pur sempre dotata di un arsenale strategico termonucleare, dovremo sapere che i russi stanno investendo molto ed efficacemente, con tecnologie che solo un irresponsabile come Saakashvili potrebbe sminuire. Per ora la disfatta delle sue forze armate se l'è beccata lui. Sarebbe folle trovarci presto - e senza sapere perché – a rintanarci in inutili rifugi mentre ci sorvolano i Tupolev.
A Mosca non ci sono nuovi Hitler. Ci sono statisti che fanno i loro interessi nazionali, e lo fanno maledettamente bene. Alcuni interessi contrasteranno con i nostri. Ma è normale. Sono più numerosi però gli interessi comuni. Non potremo passare a un futuro paradigma energetico senza idrocarburi escludendo una transizione di alcuni decenni che utilizzi proprio gli idrocarburi regolati da Mosca. La posta in gioco alternativa è una guerra mondiale, cioè – dati i mezzi distruttivi a disposizione e le dinamiche fra potenze – l’Apocalisse. Con questi mezzi e queste dinamiche una simile guerra è già da tempo fuori dal campo della razionalità politica. Il realismo politico oggi non può che ridimensionare l'atlantismo e prefiggersi un mondo multipolare. È la vera chiave della sicurezza collettiva.

Pino Cabras
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categoria:geopolitica
mercoledì, 27 agosto 2008
La protervia Usa alimenta il fondamentalismo in Iran     
     
Uscito su "Il gazzettino" il 22/08/2008     22/08/2008 Massimo Fini
Argomenti trattati: Politica Estera
Zone interessate: America del nord Iran

L'aggressività americana nei confronti dell'Iran sta diventando così pretestuosa da fin ire con l'essere controproducente almeno per chi abbia ancora occhi per vedere.
L'altro giorno gli iran iani hanno lanciato nello spazio un razzo che potrebbe mettere in orbita un satellite. Gli Stati Uniti hanno protestato e Bush, dal suo ranch di Crawford dov'è felicemente in vacanza, ha fatto sapere tramite un suo portavoce, di giudicare l'in iziativa «in quietante» e che «le possibilità di farne un doppio uso per il loro (degli iran iani, ndr) programma balistico non sono in lin ea con gli accordi presi con il Consiglio di sicurezza dell'Onu». Ma dove? Ma quando? A parte il fatto che proprio gli Stati Uniti hanno impestato lo spazio di centin aia di satelliti, con i quali controllano l'in tero pianeta, non c'è nessuna convenzione Onu che vieti a un Paese, a qualsiasi Paese, di avere dei propri satelliti. E in fatti il club delle potenze spaziali è molto folto. Ma Teheran, secondo gli americani, potrebbe fare di questo satellite (che peraltro non esiste ancora, c'è solo il razzo che può portarlo in orbita) un uso bellico, spionistico. A parte che anche qui, quasi tutte le potenze cosiddette spaziali, Stati Uniti in testa, fanno un uso del genere dei propri satelliti, questo è solo un sospetto. Ma il sospetto ossessiona la leadership americana. Così quando il generale Ahmad Mighani ha annunciato che il suo esercito è in possesso di caccia con un raggio d'azione di 3000 chilometri, gli Stati Uniti hanno nuovamente protestato. Eppure si tratta di armi convenzionali che tutti gli stati che se lo possono permettere possiedono, a fin i di difesa e di deterrenza (lo stesso Maghani ha precisato: «Non vogliamo in alcun caso aggredire un altro Paese. Ma ci difenderemo in caso di aggressione»). Ma solo l'Iran non ha diritto di avere questi caccia a lungo raggio. In somma gli iran iani dovrebbero stare fermi, boni e cheti davanti a una superpotenza che ha elaborato la teoria della «guerra preventiva», che li defin isce «uno stato canaglia», che ha quattro gigantesche portaerei superarmate che da tempo in crociano min acciosamente nel Golfo Persico e che ha elaborato, in sieme ad Israele, come hanno rivelato gli stessi giornali americani, precisi piani di attacco militare, anche atomico, contro il loro Paese. Che facciano il piacere di rimanere in ermi e farsi docilmente massacrare in nome del «buon ordin e mondiale» come ha dichiarato di recente il min istro della difesa israeliano, Ehud Barak. Ma se è lecita la «guerra preventiva» teorizzata da Bush e dai suoi, sarà pur lecita, in contrapposizione, almeno la difesa preventiva da parte dei Paesi che se ne sentono min acciati, o no?

Tutta questa aggressività americana è motivata, almeno ufficialmente, dal sospetto che l'Iran , che sta lavorando all'arricchimento dell'uranio ad usi civili, voglia in realtà costruirsi l'atomica. Per la verità non ci sarebbe in ciò nulla di stravagante dato che l'Iran è letteralmente circondato da potenze nucleari (Russia, In dia, Pakistan, Israele) e qualche ragione di preoccupazione ha pur diritto di averla. Ma Teheran ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare. E quin di ciò che si può legittimamente chiedere agli iran iani è di accettare le ispezioni Onu che controllin o se effettivamente l'arricchimento dell'uranio è destin ato ad usi civili e non militari. E l'Iran ha accettato questa condizione. Tanto è vero che mercoledì scorso un team di ispettori dell'Aiea (l'Agenzia in ternazionale per l'energia atomica) è arrivato in Iran , così come, a suo tempo, i siti nucleari iran iani erano stati riaperti alla presenza degli ispettori. Ma nonostante questo gli Stati Uniti hanno ottenuto, l'anno scorso, che il consiglio di sicurezza varasse delle sanzioni, economiche e d'altro tipo, contro l'Iran e Teheran è sottoposta a contin ue pressioni da parte dell'Occidente perché rin unci al suo programma di diversificazione delle proprie fonti di energia (che è come se l'Italia venisse sanzionata e in timidita se volesse riaprire Caorso). In somma l'Iran non deve e non può arricchire l'uranio. Punto e basta. Ed è proprio questa protervia occidentale - non trovo altro termin e - che fa imbestialire non solo la dirigenza iran iana ma buona parte del popolo iran iano, che si sente discrimin ato e leso in un suo legittimo diritto, e che fomenta in esso il fondamentalismo e l'in tegralismo in vece di sopirlo.

Massimo Fini
postato da: LordDrachen alle ore 07:47 | Permalink | commenti
categoria:geopolitica, massimo fini
lunedì, 25 agosto 2008
Viaggio nell'anima nera georgiana Tra rifugiati e nazionalisti filo-Usa


Un profugo georgiano sta ammassato in una scuola-tonnara di Tbilisi, chiuso dentro uno stanzone con altri cinquanta derelitti a quaranta gradi centigradi: non ha la minima idea delle "ragioni" di ciò che gli è capitato. Più o meno racconta che un giorno della scorsa settimana era in campagna a zappare e ha visto arrivare una colonna di carri armati russi che appena inquadrata la sua casa gli ha sparato contro facendo saltare tutto. Piange, un omone con le mani grosse e il volto spaccato dal sole. Certo, aveva sentito alla radio notizie vaghe sulle tensioni in Ossezia del Sud ma non immaginava di assistere ad una scena simile. La colonna di carri armati passa. Vede i carristi russi che lo salutano e gli dicono che ha solo tempo per prendere le sue cose e andare via. Così, con la vanga in mano e la fronte sudata, si diventa profughi in Georgia, così si perde tutto in tutte le guerre.

Delle spiegazioni politiche, etniche, religiose a questo poveraccio che dorme su un tappeto e mangia solo fette di pane con le mani, solo pane, non interessa nulla e non ne sa nulla. Chiede perché a noi, questa guerra.
Un'altra parte della popolazione invece, presente soprattutto nella capitale Tbilisi ha spiegazioni dettagliate sul perché dell'invasione russa, anzi sovietica come amano dire. Se la voce del profugo è un soffio queste sono tonanti, incazzate.
Non esiste il minimo dubbio nelle loro parole, e chi non capisce la chiara teoria che espongono è stupido, dorme e non gliene frega niente. O nel caso dei giornalisti «Scrive solo stronzate». Con posizioni più o meno sfumate apprezzano Shakasvili: si va dal cultore allo pseudo critico, ma solo perché il presidente non è stato abbastanza deciso nel regolare i conti della crisi. Il conflitto vissuto da dentro ha un sentore vagamente minaccioso, dettato dalla consapevolezza che i protagonisti di questa partita di morte sono molto, molto più pericolosi dei guerrafondai per eccellenza di questi anni, gli statunitensi. Qui, in questa terra bruciata dal sole, si confrontano odi e rancori vecchi di secoli e manca quasi totalmente l'interesse economico. La signora Olga che fa la spesa al mercato centrale di Tiblisi «sgozzerebbe» tutti i russi, non perché vogliono impossessarsi degli oleodotti, più o meno strategici, ma perchè russi, punto e basta. E come Olga, Victoria, Georghi e tanti altri. C'è un sacco di gente da queste parti che soffre mentre vede i russi ritirarsi dalla patria: sono gli adoratori del tanto peggio tanto meglio, quelli che aspettano l'intervento armato degli amici yankee contro l'armata russa, quelli che l'Europa, e in particolare l'Italia, non è altro che un gruppo di gente ossessionato dai soldi, privo di valori, che presto dovrà, confrontarsi con l'invasione dei corpi di armata russi che piano piano arriveranno «fino a Parigi, Roma, Madrid».

«Voi occidentali non capite, non capirete mai l'imperialismo dei russi. Dentro ogni russo, anche nel cuore dell'ultimo barbone di Mosca che mette insieme tre rubli al giorno per comprarsi la vodka, c'è il sogno di diventare il padrone di tutta l'Europa, di essere temuto e riverito. I russi sono tutti così e voi Europei siete dei codardi che presto pagheranno cara questa viltà». E' tutta una tirata quella di Gougha, sessanta'anni ben portati ex professore univeristario. Al collo porta una croce uncinata e per lui la differenza tra Hitler e Stalin è che il primo ha perso e quindi se ne parla male. Goucha è un fascista nero fino al midollo che adora il presidente Bush perché è l'unico che ha capito quali sono i due grandi pericoli di questi tempi: islam e Russia. Quale dei due sia il peggiore non è dato sapere. La Georgia è così: riconoscente verso il presidente statunitense, tanto da intestargli un viale immenso, President George Bush Street, che si percorre giungendo dall'aeroporto. All'imbocco c'è persino un gigantografia del comandante in capo americano che sorride. Gusti, si dirà.

Goucha è la parte estrema di quella maggioranza (forse) politica che ruota intorno a Saakashvili. La restante parte dei sostenitori del presidente georgiano è comunque convinta che la Georgia sia il punto più importante del mondo e per questa ragione i russi la vogliano conquistare. Sul perché di questa importanza strategica le spiegazioni sono le più disparate: petrolio, basi militari e persino religiose. Il ruolo che ha assunto la chiesa ortodossa in questa crisi è cruciale. Come racconta un ragazzo di Tbilisi, le chiese ortodosse incitano all'odio e con piacere utilizzano una frase che rimanda a tragedie che purtroppo non hanno insegnato nulla: Dio è con noi. E nelle voci di questi georgiani ultranazionalisti che aspettano la reddae rationem con i russi, ma anche con i cattolici, i musulmani, gli ortodossi non georgiani, Dio è chiaramente dalla loro parte mentre il demonio è chiaramente dentro i cuori dei sopracitati.
Una miscela esplosiva corre nei bar, nei mercati, nei salotti di Tbilisi. Ed è interessante notare come le ragioni ufficiali che dovrebbero spiegare il conflitto, ovvero le istanze separatiste sudossete, siano quasi assenti dalle analisi politico militari da bar. E si sa, vox populi vox dei… C'era un gran numero di persone convinte che gli statunitensi avrebbero schierato la sesta flotta. E che ancora sperano che la Nato prima o poi prenda l'unica decisione possibile: attaccare. Si accontenterebbero anche di un embargo economico totale verso la Russia, per non dispiacere i codardi pacifisti europei: «Voi che pensate solo al denaro almeno utilizzatelo per salvarvi».

Il precedente kosovaro da fiducia, sempre Goucha: «Il Kossovo ha fatto la guerra contro la Russia e la Serbia, ha vinto e ora è un paese libero che sta diventando ricco. Noi dobbiamo fare la stessa cosa». E guai a obiettare che sulla pelle dei georgiani sono proprio gli statunitensi a combattere una guerra per il controllo di un'area il cui valore è prettamente militare. Gli statunitensi sono santi da queste parti e la fiducia verso di loro è assoluta.

«I politici stanno spingendo gli strati più frustrati della popolazione a trovare un nemico, un capro espiatorio che distolga l'attenzione dalle loro responsabilità. E i russi sono perfetti. Per il georgiano la Russia è invidiosa perché qua l'economia va forte, la giustizia è giusta, la corruzione non esiste. Per queste ragioni gli ex sovietici tramano ai danni del presidente. Ciò che si avvicina più alla verità è purtroppo l'esatto contrario. Inoltre i georgiani amano amplificare le cose, renderle gravi. Si è visto bene in questa guerra con il comportamento di Saakashvili». E' il commento sconsolato del nostro amico di Tbilisi che per ovvie ragioni chiede che il suo nome non venga menzionato. E poi aggiunge: «La parte più drammatica deve arrivare. Ci saranno pulizie etniche quando tutto sarà tranquillo, da entrambi i lati. Già ora è meglio parlare georgiano nella capitale, anche se il russo è la lingua che ha sempre unito la nazione». Rimane una situazione incandescente che non si risolverà con il ritiro di qualche colonna di blindata da Gori. Con un amaro compiacimento Goucha guarda i carrarmati russi uscire dal paese e lo rassicura l'arrivo di una nave da guerra statunitense al largo di Poti. La partita non è chiusa: «Con l'aiuto di Dio e degli americani i russi scompariranno dalla faccia della terra».

Pietro Zanna
Fonte: www.liberazione.it
24.08.08Viaggio nell'anima nera georgiana Tra rifugiati e nazionalisti filo-Usa


Un profugo georgiano sta ammassato in una scuola-tonnara di Tbilisi, chiuso dentro uno stanzone con altri cinquanta derelitti a quaranta gradi centigradi: non ha la minima idea delle "ragioni" di ciò che gli è capitato. Più o meno racconta che un giorno della scorsa settimana era in campagna a zappare e ha visto arrivare una colonna di carri armati russi che appena inquadrata la sua casa gli ha sparato contro facendo saltare tutto. Piange, un omone con le mani grosse e il volto spaccato dal sole. Certo, aveva sentito alla radio notizie vaghe sulle tensioni in Ossezia del Sud ma non immaginava di assistere ad una scena simile. La colonna di carri armati passa. Vede i carristi russi che lo salutano e gli dicono che ha solo tempo per prendere le sue cose e andare via. Così, con la vanga in mano e la fronte sudata, si diventa profughi in Georgia, così si perde tutto in tutte le guerre.

Delle spiegazioni politiche, etniche, religiose a questo poveraccio che dorme su un tappeto e mangia solo fette di pane con le mani, solo pane, non interessa nulla e non ne sa nulla. Chiede perché a noi, questa guerra.
Un'altra parte della popolazione invece, presente soprattutto nella capitale Tbilisi ha spiegazioni dettagliate sul perché dell'invasione russa, anzi sovietica come amano dire. Se la voce del profugo è un soffio queste sono tonanti, incazzate.
Non esiste il minimo dubbio nelle loro parole, e chi non capisce la chiara teoria che espongono è stupido, dorme e non gliene frega niente. O nel caso dei giornalisti «Scrive solo stronzate». Con posizioni più o meno sfumate apprezzano Shakasvili: si va dal cultore allo pseudo critico, ma solo perché il presidente non è stato abbastanza deciso nel regolare i conti della crisi. Il conflitto vissuto da dentro ha un sentore vagamente minaccioso, dettato dalla consapevolezza che i protagonisti di questa partita di morte sono molto, molto più pericolosi dei guerrafondai per eccellenza di questi anni, gli statunitensi. Qui, in questa terra bruciata dal sole, si confrontano odi e rancori vecchi di secoli e manca quasi totalmente l'interesse economico. La signora Olga che fa la spesa al mercato centrale di Tiblisi «sgozzerebbe» tutti i russi, non perché vogliono impossessarsi degli oleodotti, più o meno strategici, ma perchè russi, punto e basta. E come Olga, Victoria, Georghi e tanti altri. C'è un sacco di gente da queste parti che soffre mentre vede i russi ritirarsi dalla patria: sono gli adoratori del tanto peggio tanto meglio, quelli che aspettano l'intervento armato degli amici yankee contro l'armata russa, quelli che l'Europa, e in particolare l'Italia, non è altro che un gruppo di gente ossessionato dai soldi, privo di valori, che presto dovrà, confrontarsi con l'invasione dei corpi di armata russi che piano piano arriveranno «fino a Parigi, Roma, Madrid».

«Voi occidentali non capite, non capirete mai l'imperialismo dei russi. Dentro ogni russo, anche nel cuore dell'ultimo barbone di Mosca che mette insieme tre rubli al giorno per comprarsi la vodka, c'è il sogno di diventare il padrone di tutta l'Europa, di essere temuto e riverito. I russi sono tutti così e voi Europei siete dei codardi che presto pagheranno cara questa viltà». E' tutta una tirata quella di Gougha, sessanta'anni ben portati ex professore univeristario. Al collo porta una croce uncinata e per lui la differenza tra Hitler e Stalin è che il primo ha perso e quindi se ne parla male. Goucha è un fascista nero fino al midollo che adora il presidente Bush perché è l'unico che ha capito quali sono i due grandi pericoli di questi tempi: islam e Russia. Quale dei due sia il peggiore non è dato sapere. La Georgia è così: riconoscente verso il presidente statunitense, tanto da intestargli un viale immenso, President George Bush Street, che si percorre giungendo dall'aeroporto. All'imbocco c'è persino un gigantografia del comandante in capo americano che sorride. Gusti, si dirà.

Goucha è la parte estrema di quella maggioranza (forse) politica che ruota intorno a Saakashvili. La restante parte dei sostenitori del presidente georgiano è comunque convinta che la Georgia sia il punto più importante del mondo e per questa ragione i russi la vogliano conquistare. Sul perché di questa importanza strategica le spiegazioni sono le più disparate: petrolio, basi militari e persino religiose. Il ruolo che ha assunto la chiesa ortodossa in questa crisi è cruciale. Come racconta un ragazzo di Tbilisi, le chiese ortodosse incitano all'odio e con piacere utilizzano una frase che rimanda a tragedie che purtroppo non hanno insegnato nulla: Dio è con noi. E nelle voci di questi georgiani ultranazionalisti che aspettano la reddae rationem con i russi, ma anche con i cattolici, i musulmani, gli ortodossi non georgiani, Dio è chiaramente dalla loro parte mentre il demonio è chiaramente dentro i cuori dei sopracitati.
Una miscela esplosiva corre nei bar, nei mercati, nei salotti di Tbilisi. Ed è interessante notare come le ragioni ufficiali che dovrebbero spiegare il conflitto, ovvero le istanze separatiste sudossete, siano quasi assenti dalle analisi politico militari da bar. E si sa, vox populi vox dei… C'era un gran numero di persone convinte che gli statunitensi avrebbero schierato la sesta flotta. E che ancora sperano che la Nato prima o poi prenda l'unica decisione possibile: attaccare. Si accontenterebbero anche di un embargo economico totale verso la Russia, per non dispiacere i codardi pacifisti europei: «Voi che pensate solo al denaro almeno utilizzatelo per salvarvi».

Il precedente kosovaro da fiducia, sempre Goucha: «Il Kossovo ha fatto la guerra contro la Russia e la Serbia, ha vinto e ora è un paese libero che sta diventando ricco. Noi dobbiamo fare la stessa cosa». E guai a obiettare che sulla pelle dei georgiani sono proprio gli statunitensi a combattere una guerra per il controllo di un'area il cui valore è prettamente militare. Gli statunitensi sono santi da queste parti e la fiducia verso di loro è assoluta.

«I politici stanno spingendo gli strati più frustrati della popolazione a trovare un nemico, un capro espiatorio che distolga l'attenzione dalle loro responsabilità. E i russi sono perfetti. Per il georgiano la Russia è invidiosa perché qua l'economia va forte, la giustizia è giusta, la corruzione non esiste. Per queste ragioni gli ex sovietici tramano ai danni del presidente. Ciò che si avvicina più alla verità è purtroppo l'esatto contrario. Inoltre i georgiani amano amplificare le cose, renderle gravi. Si è visto bene in questa guerra con il comportamento di Saakashvili». E' il commento sconsolato del nostro amico di Tbilisi che per ovvie ragioni chiede che il suo nome non venga menzionato. E poi aggiunge: «La parte più drammatica deve arrivare. Ci saranno pulizie etniche quando tutto sarà tranquillo, da entrambi i lati. Già ora è meglio parlare georgiano nella capitale, anche se il russo è la lingua che ha sempre unito la nazione». Rimane una situazione incandescente che non si risolverà con il ritiro di qualche colonna di blindata da Gori. Con un amaro compiacimento Goucha guarda i carrarmati russi uscire dal paese e lo rassicura l'arrivo di una nave da guerra statunitense al largo di Poti. La partita non è chiusa: «Con l'aiuto di Dio e degli americani i russi scompariranno dalla faccia della terra».

Pietro Zanna
Fonte: www.liberazione.it
24.08.08
postato da: LordDrachen alle ore 16:23 | Permalink | commenti
categoria:geopolitica
lunedì, 25 agosto 2008
La superpotenza non ha i mezzi
Maurizio Blondet        23 agosto 2008
Era l’aprile  2003. Sei settimane dopo l’invasione dell’Iraq, George Bush mascherato da pilota da caccia annunciava all’America: «Mission accomplished». Baghdad era caduta. David Frum e Richard Perle, due famosi neocon e veri promotori della «guerra al terrorismo globale», sancirono che quella era «una vivida e indiscutibile dimostrazione della capacità americana di strappare una vittoria rapida e totale».

Il generale Tommy Franks, comandante dell’invasione, modestamente definì la propria strategia  come «senza uguali per eccellenza negli annali bellici». Max Boot, un noto commentatore di cose militari, giunse a scrivere che le forze armate USA avevano superato la Wehrmacht. La rapida disfatta di Saddam rendeva «generali leggendari come Erwin Rommel e Heinz Guderian, al confronto, decisamente incompetenti».

Già nel 2002 del resto Boot aveva esaltato l’eccellenza militare americana, che «supera di  gran  lunga in qualità quei presunti egemoni come Roma, la Gran Bretagna e la Francia di Napoleone». Ormai, con le forze americane che avevano raggiunto «una  superiorità senza confronto in ogni singolo aspetto della guerra», anche gli alleati europei erano diventati un peso morto: «Noi non abbiamo più bisogno dell’aiuto di nessuno».

A leggere oggi queste frasi, maliziosamente riportate da Andrew Bacevich (forse il maggior esperto di strategia militare) nel suo rovente saggio «The limits of power», c’è da tremare di fronte ad un simile auto-incensamento, ad una così ridicola sopravvalutazione di sè; perchè è questo delirio d’onnipotenza a rendere disastrosa l’America, e pericolosa nel mondo.

I generali USA che sono convinti di aver superato Rommel e Napoleone, sono da sette anni in Afghanistan - campagna-lampo, nelle loro intenzioni - e non riescono a vedere la «vittoria»: anzi il nemico si rafforza giorno per giorno, la guerra non ha una fine prevedibile.

In Iraq, dopo quattro anni d’occupazione, gli americani non sono in grado di controllare il territorio. Sono proprio il contrario di Guderian: sembrano giocatori di scacchi principianti, incapaci di concludere la partita con uno scacco matto. E precisamente questa fantasia di onnipotenza  ha indotto Bush a gettarsi in conflitti costosissimi, preventivi, e simultanei su fronti diversi.

Nei giorni dell’11 settembre, egli disse: siamo pronti a «a portare la guerra nel campo del nemico, sconvolgere i suoi piani, e affrontare le peggiori minacce prima che emergano». Nel 2003, ancora ripeteva: «Abbiamo applicato la nuova potenza della tecnologia... per colpire la forza nemica con incredibile rapidità e precisione. Grazie alle nostre strategie creative e alle tecnologie avanzate, stiamo redifinendo la guerra nei nostri termini. In questa nuova epoca dell’arte bellica, possiamo colpire un regime, non una nazione». Iracheni e afghani tendono a dissentire.

Questa folle sopravvalutazione, dice Bacevich, ha creato a Washington una fiducia eccessiva nell’efficacia delle armi americane, che si è tradotta in un costosissimo errore strategico.

«Anche nell’epoca della invisibilità, delle armi di precisione, e delle comunicazioni istantanee, la forza armata non è la soluzione ad ogni problema politico. Anche nella presunta epoca unipolare, la potenza militare americana è risultata alquanto limitata».

Com’è potuto avvenire? A causa, risponde Bacevich, di tre grandi illusioni che si rinforzano l’un l’altra.

La prima illusione consiste nella credenza che gli USA «siano riusciti a reinventare la guerra», una «American Way of War che il mondo non aveva mai visto». Precisamente, di aver trasformato la forza militare, che era un rozzo randello nelle mani dei poveri Guderian e Napoleone, in un bisturi chirurgico. Questa convinzione ha finito per «cambiare la missione stessa della Difesa: la sua funzione esplicita è divenuta non già la sicurezza nazionale, ma di assicurare la preminenza  americana nel mondo».

Da qui l’accanita ricerca, nella dottrina, della «full spectrum dominance», ossia della supremazia  assoluta in tutte le forme di guerra; superiorità che gli stati maggiori USA hanno creduto di aver ottenuto grazie alla «innovazione tecnologica e la superiorità nell’informazione».

Questa dottrina di «full spectrum dominance» deriva direttamente dall’ideologia americanista, accusa l’esperto, dalla credenza (illusoria) nella superiorità dei «valori americani». Essa è, nel settore militare, ciò che la «fine della storia» proclamata da Francis Fukuyama  rappresenta nell’americanismo ideologico.

Per Fukuyama, dopo la caduta dell’URSS, era stato dimostrato che il capitalismo democratico era lo stadio finale dell’evoluzione dell’umanità, non più superabile. La «full spectrim dominance» era il modo terminale di fare la guerra, dopo il quale non se ne poteva immaginare un altro superiore.

I guerriglieri talebani e sunniti, dopo anni di veccchissimi modi di fare la guerra, possono nutrire legittimamente un diverso parere. E l’azione russa in Georgia ci dice che la storia continua.

La seconda illusione, per Bacevich, è nata dalla dimenticata volontà di non ripetere mai più un disastro simile al Vietnam, che aveva rovinato la reputazione di presidenti (Lyndon Johnson) e ministri (MacNamara) e generali (Westmoreland). Dalla riflessione «strategica» sul fallimento, nacque la dottrina Weinberger-Powell, dal Caspar Weinberger che fu ministro della Difesa sotto Reagan, e Colin Powell capo di Stato Maggiore negli stessi anni.

Secondo questa dottrina, gli USA dovevano:
a) combattere solo quando erano in gioco interessi nazionali vitali;
b) per ottenere obbiettivi concreti e raggiungibili, chiari in anticipo;
c) mobilitando tutte le risorse necessarie, «morali e politiche oltre che materiali», per vincere in modo decisivo e pronto;
d) uscendo dal conflitto senza lasciare strascichi e situazioni irrrisolte («lose ends»).

Applicate i punti della dottrina Weinberger-Powell, sopra specificati, all’azione bellica russa in Georgia, e vedrete che è stato Putin, coi suoi generali, ad applicarla alla perfezione. Invece, gli americani l’hanno violata punto per punto. Come mai?

La colpa è dei «bellicosi civili», gli strateghi da tavolino che mai hanno indossato una divisa, la cui «imprudenza la dottrina Weinberger era intesa a frenare», risponde Bacevich, ed ha in mente i neocon israeliti, guerrieri da tavolo come Wolfowitz e Perle.

In realtà, la lezione del Vietnam era stata dimenticata già nel ‘93: allora Madeleine Albright, segretaria di Stato di Clinton, a Colin Powell che nicchiava di fronte all’intervento «umanitario» nei Balcani, disse: «Che senso ha possedere questa superba forza armata di cui parliamo continuamente, se non la possiamo usare?».

Frase rivelatrice: ancora una volta, era la (presunta) potenza dell’armamento a dettarne l’uso, anzichè «gli interessi vitali nazionali» e la «chiara definizione degli obbiettivi, concreti e raggiungibili». Ed ancora una volta, i civili che non hanno mai visto una guerra hanno preteso di usare lo strumento delle armi, visto che ce l’avevano, in modo improprio: «interventi umanitari» o pseudo-tali, «mantenimento della pace» e via. Errore fatale.

Per inciso, quello che sta ripetendo, più ridicolmente ma non meno stupidamente, il nostro Ignazio LaRussa, avvocato di Paternò, mandando i nostri soldati a fare di tutto, dagli spazzini a Napoli ai sub-poliziotti dovunque, fino a proporli come forza d’interposizione in Georgia, dopo che già sono impegnati in una dozzina di «interventi umanitari» che li hanno sparsi per il mondo.

Il Kossovo e il suo status incerto è stato uno dei problemi irrisolti (lose ends) dell’«umanitarismo» della Albright; per tacere della Somalia, del Golfo dove l’effetto dell’invasione dell’Iraq ha prodotto una egemonia non voluta dell’Iran sugli sciiti, e delle manovre mestatrici in Asia Centrale per soffocare la Russia creando «democrazie colorate» tutto attorno, con dittatorelli avventuristi come Saakashvili.

Questo bellicismo infantile di civili incompetenti  («umanitari» per di più, o «portatori di democrazia») ha lasciato una quantità di queste questioni pendenti, incancrenite, ormai irrisolvibili. Dopo aver sputato sugli alleati europei di cui non hanno più bisogno, gli americani dipendono da «alleati-satelliti»infidi, come i pakistani e gli etiopici o i georgiani, che devono armare e pagare.

I generali americani che dovevano seppellire la memoria di Rommel e Bonaparte si sono rivelati capaci di vincere solo quando il nemico si fa scrupolo di combattere come vogliono loro, secondo  le «regole» che permettono di usare i mezzi strapotenti della tecnologia avionica, elettronica e satellitare  - «ma  la fine di Saddam assicura che non troveremo avversari così accomodanti in futuro», sogghigna Bacevich.

E qual è il terzo errore o illusione fatale? Per Bacevich, l’illusione - nata dopo la prima guerra del Golfo, «Desert Storm» - che la società americana aveva superato il trauma del Vietnam con le divisioni e il «divorzio» dall’apparato militare che ne era conseguito.

«Il popolo americano è di nuovo innamorato delle forze armate», disse allora Colin Powell.
«Mai più la nazione abbandonerà i suoi soldati». E dunque, la società - il fronte interno - poteva ingollare la «lunga guerra» promessa da Bush, senza rivoltarsi.

Pia illusione. Sostenuta, in tempo di pace, dalla trasformazione delle armate americane in forze di tutti volontari stipendiati. Allora era facile mostrarsi patriottici, sventolare bandierine il 4 luglio. Ma appena scoppiata la «guerra globale al terrorismo», non si è vista la corsa dei giovani americani ad arruolarsi, abbandonando gli studi ad Harvard e i posti lucrosi a Wall Street. Al contrario.

«Il post 11 settembre ha mostrato l’incoercibile preferenza del popolo americano ad assumere qualcun altro onde espandere la democrazia, combattere il terrorismo e assicurare le fonti energetiche»: immigrari messicani e sudamericani in genere, le stesse frange sociali assunte per pulire le camere degli alberghi e i pavimenti dei ristoranti. A cui si sono aggiunti una nutrita schiera di mercenari strapagati: tragicomico segnale di come l’avanzatissima «revolution in military affairs» facesse di nuovo ricorso ad un passato e superato sistema, abbandonato in Europa da 4 secoli perchè si era appurato che i mercenari non vicono le guerre.

I politici hanno illuso il popolo americano che, con l’armata di soli volontari, si possono difendere l’egemonia USA nel pianeta «senza disturbare le finalità che l’americano medio persegue, la ricerca della felicità individuale». Qui.
postato da: LordDrachen alle ore 09:32 | Permalink | commenti
categoria:geopolitica, maurizio blondet